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La strada Bologna – Fiesole del II sec. a.C.

Storia e testimonianze archeologiche di una ricerca sull’Appennino tosco-emiliano

Autori: Cesare Agostini e Franco Santi
Editore: CLUEB, 2000
ISBN:

PDF (versione in italiano): download gratuito

Categoria:

Descrizione

Qualche anno fa, due amici legati dall’amore per l’archeologia, Cesare Agostini, avvocato, e Franco Santi, artigiano, hanno portato a termine una ricerca durata più di 40 anni, riuscendo a portare alla luce lunghi tratti di un’antica strada basolato rimasta nascosta per secoli fra i boschi dell’Appennino, tra Emilia e Toscana. La loro scoperta è stata documentata in modo esaustivo in alcune pubblicazioni che descrivono il tracciato emiliano e il suo proseguimento nel versante toscano.

La viabilità emiliano-romagnola di epoca romana è conosciuta soprattutto in relazione alla via Emilia, l’asse principale, costituito nel 187 avanti Cristo dal console Marco Emilio Lepido per collegare Piacenza a Rimini, punto di arrivo della più antica via Flaminia, diretta a Roma e risalente al 220 avanti Cristo. Da essa prese il nome l’intera Regio VIII Aemilia nella suddivisione dell’Italia operata dall’imperatore Augusto. Dai centri posti lungo il suo percorso, che taglia la regione in senso longitudinale, avevano origine una serie di strade che permettevano, da un lato, di raggiungere il nord della penisola aldilà del Po (la via Postumia verso Aquileia; la via Iulia Augusta verso la Liguria; la via Popilia lungo la costa, per citarne alcune) e dall’altro di andare verso sud valicando l’Appennino per raggiungere Roma. Questi percorsi ricalcavano sicuramente una viabilità di epoca preromana fatta di mulattiere risalenti al periodo in cui erano attivi gli scambi commerciali fra l’Etruria tirrenica e l’Etruria padana.

Fu proprio una di queste vie transappenniniche, in particolare quella che da Bologna si dirige verso l’attuale passo della Futa, ad attirare l’attenzione di Agostini e Santi. I due, nei primi anni Settanta, armati di badili e picconi, decisero di dedicare tutti i loro finesettimana alla ricerca di quella strada che dai loro padri veniva ricordata con l’appellativo di “romana”. Originari di Castel dell’Alpi, nell’alta valle del Savena, si immersero nella solitudine dei boschi appenninici con un’idea fissa, apparentemente balzana: portare alla luce, metro dopo metro, un tracciato sepolto da secoli, che senza di loro sarebbe rimasto tale.

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